CERCASI SPONSOR E DONAZIONI --- CERCASI SPONSOR E DONAZIONI --- CERCASI SPONSOR E DONAZIONI

lunedì 9 dicembre 2013

Edward Snowden uomo dell'anno

Edward Snowden è stato scelto dal Guardian come personaggio dell’anno: l’ex informatico della National Security Agency americana divenuto, proprio grazie al giornale britannico, la «talpa» del programma segreto di sorveglianza ha ottenuto 1.445 voti.
Al secondo posto, fra i 10 candidati scelti da scrittori, editori e lettori, si sono piazzati Marco Weber e Sini Saarela, gli attivisti di Greenpeace membri dell’Arctic 30 che hanno guidato la protesta contro la piattaforma Gazprom nell’Artico, con 314 voti.
Al terzo posto Papa Francesco con 153 voti, poco di più in confronto al blogger «anti-povertà» Jack Monroe che ne ha ricevuti 144. In classifica anche l’eroe di Wimbledon, Andy Murray, capace di riportare il titolo nel Regno Unito dopo 77 anni (ottavo con 22 voti) e il visionario imprenditore americano Elon Musk (nono, 11).
Lo scorso anno il Guardian aveva incoronato un altra talpa Usa, il soldato Bradley Manning, il militare americano condannato a 35 anni, e al congedo con disonore, per aver scaricato migliaia di documenti durante il suo incarico in Iraq consegnandoli poi a WikiLeaks.

POLIZIOTTI SCIOPERANO CON I FORCONI

L'onda lunga della protesta dei "Forconi", contro le tasse e contro il governo si abbatte su tutta l'Italia. Guerriglia urbana a Torino, mentre in altre città i presidi e le manifestazioni si sono svolte in modo più pacifico. Nel capoluogo piemontese la protesta è degenerata in violenza: scontri davanti alla sede della Regione e del Comune. Contro i palazzi della politica sono volati non solo gli slogan "ladri, ladri", ma anche bombe-carta, sassi e bottiglie. Dopo la tensione però sono scattati gli applausi da parte dei manifestanti quando i poliziotti si sono tolti i caschi, non solo per far calare la tensione, ma in segno di vicinanza con i manifestanti: anche noi siamo oppressi dalla tasse. Molti gli agenti che hanno dichiarato vicinanza alle motivazioni dei manifestanti.

De Falco: 'Vada a bordo c...' Schettino abbassa lo sguardo

GROSSETO- Dalla Costa Concordia ammisero la falla solo venendo contattati più volte da terra, in particolare dalla capitaneria di Livorno. Lo dice Gregorio De Falco teste al processo di Grosseto ricordando che ''alle 22.38 (l'urto è delle 21.45, ndr) la nave dà il segnale di distress. Chiamo io la nave perchè non convince la situazione di apparente tranquillità che loro dichiaravano. A seguito di questo ammettono che c'è una falla e non un semplice black out, così possiamo inviare motovedette ed elicotteri'' di soccorso.
De Falco, così capimmo che era un naufragio - ''Mentre dalla nave ci davano rassicurazioni sulla situazione a bordo, i carabinieri di Prato ci avevano avvisato della telefonata di una parente di una passeggera secondo cui la nave era al buio, erano stati fatti indossare i giubbotti di salvataggio, erano caduti oggetti e suppellettili: circostanze non coerenti con quanto dichiarato dalla nave''. Lo racconta Gregorio De Falco al processo di Grosseto, ricordando la sera del 13 gennaio 2012 alla sala operativa della capitaneria di Livorno. ''Questo ci fece pensare che la situazione era più grave'' e ''nessuno dalla Concordia aveva ancora chiamato per chiedere soccorso''. Nei primi contatti via radio, poco dopo le 22, la Costa Concordia aveva detto alla capitaneria di avere un black out e che sarebbe rimasta al Giglio per verificare l'avaria. Ma nessuno allora parlò di falla
Schettino a capitaneria, ci resto io a bordo ''Comandante, chi rimane a coordinare i soccorsi da bordo, chi ci rimarrà, lei?''. E Schettino alla domanda di un sottocapo della capitaneria di porto di Livorno: ''Ci rimango io''. ''Grazie, comandante''. La conversazione viene fatta ascoltare al processo di Grosseto. In realtà non sarà così: Schettino lascerà la nave quando ci sono ancora molti passeggeri a bordo. Questa conversazione è delle 23.37 del 13 gennaio 2012.
'Vada a bordo c...',e Schettino abbassa lo sguardo I- 'Vada a bordo, c....!' E Francesco Schettino abbassa lo sguardo agitando un foglio scritto che tiene in mano, mentre parla con uno dei suoi avvocati. Così l'imputato del processo sul naufragio della Costa Concordia reagisce mentre scorre l'audio della telefonata con cui Gregorio De Falco tentò di convincerlo a risalire sulla nave per coordinare i soccorsi ai passeggeri. Durante la testimonianza di De Falco Schettino ha interloquito spesso con la sua difesa, anche scuotendo la testa e sorridendo in modo nervoso durante le telefonate più concitate e drammatiche con De Falco.
De Falco,ancora mi chiedo perchè Schettino scese  - ''Esortai il comandante Schettino a risalire sulla nave ma non ci sono riuscito''. Anche così Gregorio De Falco ricorda le telefonate con il comandante Francesco Schettino, fino a quella più celebre chiosata dalla frase 'Vada a bordo c....!' mentre Schettino tergiversava all'ordine di risalire da una biscaggina. La telefonata è stata fatta sentire integralmente in aula. De Falco dice anche: ''Ancora oggi mi chiedo perché era sceso'' dalla nave.
De Falco-Schettino,'Quanti a bordo?' 'Una diecina'  - ''Quanti passeggeri ci sono ancora a bordo, comandante?''. E Schettino: ''Non lo so, mi trovo sulla lancia, credo massimo una diecina di persone sull'altro lato'': è una delle prime conversazioni tra Gregorio De Falco, che chiede informazioni dalla sala operativa di Livorno e Francesco Schettino. Ma alla capitaneria risultavano almeno in in quella fase almeno 2-300 persone ancora a bordo. Sono mezzanotte e 28. Ancora De Falco: ''Quanti coordinano lo sbarco? Lei dove si trova?''. E Schettino: ''La nave è giù a 90 gradi, sono su una scialuppa tra la nave e terra''. ''Comandante: quante persone vede in acqua? Ci sono donne, bambini? Quanti sono? Si stanno buttando in acqua?''. ''A bordo c'è una decina...''. ''Può verificare questo dato? Voglio i dati''. ''Io chiesi quante persone andare a cercare a bordo - ha detto oggi De Falco -, insistevo ma il comandante non mi sapeva dare le risposte''.

La testimonianza, al processo sul naufragio della Costa Concordia, del capitano di fregata Gregorio De Falco della capitaneria di porto di Livorno, che la notte del 13 gennaio 2012 esortò con energia il comandante Francesco Schettino a risalire sulla nave con una serie di telefonate, fra cui quella resa celebre dalla frase ''Torni a bordo, c...!''. De Falco ha raggiunto l'aula di tribunale ricavata nel Teatro Moderno di Grosseto, è stato fatto accomodare nella saletta per i testimoni e dovrebbe testimoniare già stamani. Il processo è ripreso con la testimonianza dell'ammiraglio Ilarione Dell'Anna, che all'epoca era a capo della Direzione marittima di Livorno. In aula assiste al processo l'imputato Francesco Schettino.
avvocati parti civili convocano sit in in aula - Un appello a tutti i passeggeri superstiti della nave Costa Concordia affinchè siano presenti all'udienza del 13 gennaio 2014, secondo anniversario del disastro, per mettere in atto un 'sit in' dentro l'aula del Teatro Moderno di Grosseto: questa l'iniziativa di protesta che il pool di avvocati di Giustizia per la Concordia ha annunciato stamani prima dell'udienza del processo. Sempre per il 13 gennaio 2014 sono stati previsti, secondo le intenzioni dei promotori, anche cinque minuti di silenzio in aula ''per chiedere rispetto e giustizia''. I passeggeri superstiti sono stati invitati dagli avvocati di parte civile ''ad una vera e propria mobilitazione generale per quei passeggeri della Concordia ancora indignati e decisi a non far passare sotto indifferenza tutte le vere responsabilità legate al naufragio''. Sempre annunciando l'iniziativa del prossimo 13 gennaio, il pool Giustizia per la Concordia ha rinnovato le sue critiche alla compagnia Costa Crociere spa i cui ''vertici dovrebbero tenere conto delle loro responsabilità'' e ha chiesto che i loro assistiti siano ''risarciti decorosamente''. ''Se dovessimo limitare il processo alla ricerca della responsabilità di Francesco Schettino - scrivono gli avvocati di parte civile in un volantino distribuito prima dell'udienza -, avremmo già potuto chiudere il processo qui. Se invece vogliamo ricercare la verità allora si deve permettere alle parti civili di andare oltre la cronologica rappresentazione dei tragici eventi'' del 13 gennaio 2012.
fonte ansa

Berlusconi condannato a due anni di interdizione


La Corte d’Appello di Milano ha condannato Silvio Berlusconi a due anni di interdizione dai pubblici uffici. La condanna è arrivata in seguito alla richiesta della Corte di Cassazione di ricalcolare le pene accessorie del processo Mediaset, nel quale Berlusconi era stato condannato per evasione fiscale.
La Cassazione aveva confermato la condanna per evasione fiscale a quattro anni di prigione (tre dei quali sono stati “scontati” grazie all’indulto del 2006). Nel processo d’appello Berlusconi era stato anche condannato a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici, una sanzione che la Corte di Cassazione aveva chiesto di ricalcolare con un processo definito “di appello bis”, quello che si è concluso oggi.
Che cos’è l’interdizione
L’interdizione dai pubblici uffici è una sanzione “interdittiva” di cui si parla all’articolo 28 del codice penale. Chi viene interdetto non può più votare o essere eletto in qualsiasi elezione, viene privato di ogni incarico pubblico che si trovi a ricoprire e non può ricoprirne altri fino alla fine della pena (quindi non può continuare a sedere in parlamento) e infine perde titoli, decorazioni e tutte le altre «pubbliche insegne onorifiche» che ha ricevuto (e non ne può ricevere di nuove fino a che dura l’interdizione).
Che cosa succede ora a Berlusconi?
La questione ora passa nelle mani della Corte di Cassazione, a cui gli avvocati di Berlusconi hanno annunciato che faranno ricorso. I giornali prevedono che la sentenza arriverà entro dicembre. Quasi sicuramente la Corte di Cassazione confermerà la condanna. In precedenza, era stato richiesto un “appello bis” perché la Corte di Appello aveva condannato Berlusconi a 5 anni di interdizione, mentre secondo i giudici della Corte di Cassazione per il reato di evasione fiscale non era possibile richiederne più di tre.
L’interdizione dai pubblici uffici è una causa di decadenza per i parlamentari, ma difficilmente Berlusconi decadrà dal seggio al Senato a causa di questa condanna. Al momento sta per concludersi il percorso di un’altra decadenza, quella causata dalla condanna definitiva a quattro anni, come stabilito dalla legge Severino.
Attualmente il voto sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi deve affrontare l’ultimo passaggio: il voto dell’aula – che però non è stato ancora calendarizzato. Se l’aula dovesse respingere la decadenza, anche se per il momento sembra improbabile, e se la Cassazione dovesse confermare la condanna all’interdizione, la giunta per le elezioni dovrebbe riunirsi nuovamente per discutere dell’altra decadenza e, se dovesse votare a favore, il Senato si troverebbe a votare una seconda volta sulla decadenza di Berlusconi.
Tra le altre conseguenze che potrebbe subire a causa di questa condanna, Berlusconi potrebbe perdere il titolo di Cavaliere del lavoro, come previsto dal quarto comma dell’articolo 28, in cui si specifica che gli interdetti perdono tutte le onoreficenze pubbliche che hanno ricevuto. Berlusconi non potrebbe salvarsi dall’interdizione nemmeno se il parlamento votasse un indulto, uno sconto di pena che però non si applica alle pene accessorie – come appunto l’interdizione.
fonte il post

Caso Ruby, depositate motivazioni sulla condanna di Berlusconi

Nei giorni scorsi alcuni cronisti, "in qualità di rappresentanti dei giornalisti giudiziari del palazzo di giustizia di Milano", avevano chiesto di poterne avere copia "trattandosi di un caso di interesse pubblico e di stringente attualità". Ma il giudice Giulia Turri, che ha depositato le motivazioni, ha respinto la richiesta spiegando che ai sensi dell’articolo 116 del codice di procedura penale non sono "soggetti legittimati" a prenderne visione. Dopo qualche minuto trapelano i primi stralci su ciò che i giudici hanno scritto nelle motivazioni: "Risulta innanzitutto provato che l’imputato abbia compiuto atti sessuali con El Mahroug Karima in cambio di ingenti somme di denaro e di altre utilità quali gioielli".  "Ritiene il Tribunale che la valutazione unitaria del materiale probatorio illustrato evidenzi lo stabile inserimento della ragazza nel collaudato sistema prostitutivo di Arcore ove giovani donne, alcune delle quali prostitute professioniste, compivano atti sessuali in plurimi contesti".
"Risulta provato - si legge ancora - che il regista delle esibizioni sessuali delle giovani donne fosse proprio Berlusconi, il quale dava il via al cosiddetto bunga bunga in cui le ospiti di sesso femminile si attivavano per soddisfare i desideri dell’imputato, ossia per fargli provare piaceri corporei, come chiarito dalla stessa El Mahroug, inscenando balli con il palo da lap dance, spogliarelli, travestimenti e toccamenti reciproci".  I giudidi proseguono scrivendo che "a tale preludio faceva poi seguito la notte ad Arcore con il presidente del Consiglio, in promiscuità sessuale, ma soltanto per alcune giovani scelte personalmente dal padrone di casa tra le sue ospiti femminili. Certo è che, tra queste, egli scelse El Mahroug Karima in almeno due occasioni".
In un altro passaggio si legge che c’è "la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, della consapevolezza dell’imputato della minore età di El Mahroug Karima nella forma del dolo diretto".
"Il presidente del Consiglio dei ministri ha chiamato nel cuore della notte il capo di gabinetto per chiedere la liberazione" di Ruby "al fine di ottenere per sé un duplice vantaggio": da un lato, la ragazza veniva in tal modo rilasciata per cui la stessa avrebbe
potuto continuare indisturbata a frequentare Arcore e, dall’altro, evitava che la stessa potesse riferire alle forze dell’ordine o alle assistenti sociali di avere compiuto atti sessuali a pagamento con lo stesso imputato, garantendosi così l’impunità". La prova che Berlusconi sapeva della minore età di Ruby? Per i giudici è nella telefonata che l’ex premier fece in Questura la notte tra il 27 e il 28 maggio 2010: "La prova della consapevolezza in capo all’imputato - scrivono - si trae logicamente dal comportamento tenuto da Berlusconi a seguito del controllo di Karima effettuato dal Commissariato Monforte-Vittoria in corso Buenos Aires".
Berlusconi, si legge ancora nelle motivazioni della sentenza, avrebbe inquinato le prove del processo: "Ritiene il Tribunale di dovere tenere conto anche della capacità a delinquere dell’imputato, desunta dalla condotta susseguente ai reati, consistita nell’attività sistematica di inquinamento probatorio a partire dal 6 ottobre 2010, attuata anche corrispondendo a El Marough Karima e ad alcune testimoni ingenti somme di denaro".
Il Cavaliere "non cessò affatto di avere rapporti con la minorenne" dopo la notte del controllo in questura il 27 maggio 2010, "tanto che ne pretese l’affidamento a Minetti Nicole, una delle fedeli frequentatrici della residenza di Arcore, bene inserita nel sistema prostitutivo, la quale coadiuvava addirittura l’imputato nella gestione degli appartamenti di via Olgettina, provvedendo a mantenere i contatti con il gestore dell’immobiliare e con il ragioniere Spinelli per i pagamenti delle spese e dei canoni di affitto delle ragazze".
Secondo i giudici il capo di gabinetto della questura di Milano, Pietro Ostuni, obbedì alla richiesta dell’allora premier Berlusconi di rilasciare Ruby perché preoccupato da eventuali rischi sulla sua carriera. Se i giudici definiscono una "frottola" la parentela tra Ruby e il presidente Mubarak la condotta di Ostuni "rivela un palese timore del soggetto passivo, derivante dall’indebita richiesta avanzata da Berlusconi, tanto da non potere sottrarvisi, anche solo al fine di evitare eventuali ripercussioni negative sul suo futuro professionale, in virtù dei rapporti gerarchici intercorrenti tra i protagonisti e dei ruoli dagli stessi rivestiti".
Molto duro il commento dei legali di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Piero Longo: "Certo che la condanna a un cittadino a sette anni di reclusione in un processo dove tutte le asserite persone offese ne attestano l’innocenza, compresi i funzionari di polizia, è davvero un fatto che poteva accadere soltanto al presidente Berlusconi. Una concussione per costrizione con l’asserito concusso che nega di esserlo e che viene ritenuto tale perchè avrebbe potuto, ipoteticamente, temere effetti negativi per la sua carriera. Mai il dottor Ostuni ha prospettato di aver lontanamente pensato a tale evenienza. Nel contempo la dottoressa Iafrate ha costantemente dichiarato di aver deciso in piena e totale autonomia e libertà l’affido di Ruby" sottolineano Longo e Ghedini. "Parimenti è del tutto assurda la ricostruzione delle serate ad Arcore e dei rapporti con Ruby. Tutte le testimonianze, oltre trenta, che non collimavano con le poche dell’accusa, sono state non solo neglette ma addirittura ritenute false. Le nette e reiterate negazioni di Ruby, verbalizzate ben prima della serata del 6/10/2010, che segnerebbe a parere del Tribunale la consapevolezza del presidente Berlusconi in ordine alle dichiarazioni rese in Procura, non vengono neppure considerate", rimarcano.
"Ruby ha sempre negato fin dal primo momento qualsiasi atto sessuale con il Presidente Berlusconi e qualsiasi dazione di denaro a ciò rivolta. Ugualmente la teste ha sempre ribadito che il presidente Berlusconi era inconsapevole, comunque, della sua minore età. Certo che la condanna ad un cittadino a sette anni di reclusione in un processo dove tutte le asserite persone offese ne attestano l’innocenza, compresi i funzionari di polizia, è davvero un fatto che poteva accadere soltanto al presidente Berlusconi". 
fonte il giornale

domenica 8 dicembre 2013

Berlusconi, tutti i processi: con condanne definitive rischia almeno 11 anni

Quattro anni, di cui tre coperti da indulto, inflitti dalla Cassazione per il processo Mediaset e sette anni di reclusione inflitti dal Tribunale di Milano per il caso Ruby. C’è poi la condanna a un anno per concorso in rivelazione di segreto d’ufficio per la pubblicazione sulle pagine de “Il Giornale” dell’intercettazione Fassino-Consorte. Sono queste le tre condanne, di cui la prima definitiva , che al momento gravano sulla fedina penale di Silvio Berlusconi, il leder di Forza Italia nei cui confronti viene votata la decadenza da senatore con la conseguente perdita dell’immunità parlamentare. Uno scudo da intercettazioni, ordinanze di custodia cautelare e perquisizioni che il Cavaliere perderà.
Anche se, come è stato ribadito più volte dai suoi legali, è irrealistica” l’ipotesi che vada in carcere, meno irrealistica è l’eventualità che l’ex premier alla fine dei processi che nei prossimi mesi dovrà affrontare, si possa ritrovare a dover scontare una pena considerevole. Nel concreto, facendo i calcoli, il procedimento con al centro la giovane marocchina, per il quale è stato ritenuto colpevole di concussione per costrizione e prostituzione minorile, entro la fine dell’anno prossimo dovrebbe aver passato il vaglio dei giudici di secondo e di terzo grado. Infatti la Corte d’Appello di Milano dovrebbe fissare il dibattimento attorno a Pasqua e potrebbe chiuderlo in poche udienze trattandosi di un unico imputato. La Suprema Corte, per le sue determinazioni, salvo colpi di scena, dovrebbe impiegare una unica udienza.
Nella peggiore delle ipotesi per Berlusconi, e cioè quella in cui la sentenza di primo grado venga confermata anche in secondo e in terzo grado, l’ex capo del Governo si troverebbe a dover espiare, e questa volta in detenzione domiciliare, una pena complessiva di 11 anni: ai sette anni si aggiungerebbero – a meno di una revisione – i quattro, e non più uno, inflitti per la frode fiscale Mediaset, in quanto la seconda condanna passata in giudicato cancella i tre anni al momento condonati grazie all’indulto. I reati contestati per lo scandalo delle serate ad alto tasso erotico di Arcore, secondo le contestazioni, sono stati commessi nel 2010 e la legge 241 del 31 luglio 2006 prevede che “il beneficio dell’indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni”.
Dunque, in base a ciò, il ragionamento porta all’ipotesi di un cumulo pena di 11 anni. Il che comporta, qualora sia stato già concesso, la revoca dell’affidamento in prova ai servizi sociali di un anno per la vicenda della compravendita dei diritti tv e il ricalcolo sui 4 anni definitivi, scalando i mesi già espiati. E se così fosse, tra la fine del 2014 e la prima metà del 2015, Berlusconi si troverebbe a dover scontare oltre 10 anni, verosimilmente in detenzione domiciliare perché fra un anno il Cavaliere compirà 78 anni. Sarà prescritto invece in secondo grado il processo per l’intercettazione dell’inchiesta Bnl-Unipol.
Tutto ciò al netto dei procedimenti aperti a Napoli e a Bari e alla nuova inchiesta che entro Natale dovrebbe essere avviata dalla Procura di Milano e nella quale, sempre nella peggiore delle ipotesi, l’ex presidente del Consiglio potrebbe essere iscritto per per aver pagato Ruby e altre testimoni ai tempi ospiti delle “cene eleganti”. Vicenda che, se non dovesse più godere dell’immunità parlamentare, potrebbe essere ‘pericolosa’ per il Cavaliere e in ipotesi portare anche a una richiesta di arresto che però, vista l’età, non dovrebbe essere in carcere. Inquinamento probatorio, reiterazione del reato e pericolo di fuga i motivi per cui un giudice potrebbe ritenere di privare della libertà personale il leader di Forza Italia.
Nel processo napoletano, che si aprirà il prossimo 11 febbraio, Berlusconi risponde di corruzione, reato punito con una pena che va dai 2 ai 5 anni di reclusione, per la compravendita di senatori mentre nell’inchiesta appena chiusa dai pm baresi, gli è stato contestato il reato di induzione di Gianpaolo Tarantini a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria (art. 377 bis codice penale) punito con la reclusione da due a sei anni. La storia processuale del leader di Forza Italia è in gran parte ancora da scrivere.

Renzi atteso a Roma dopo trionfo primarie. Letta: 'Leadership forte, lavorare insieme'

Il Pd vince la sua sfida contro l'antipolitica: le primarie, nonostante timori e pronostici della vigilia, raggiungono il traguardo dei 3 milioni di votanti. Un dato inaspettato che rafforza il trionfo di Matteo Renzi, che raggiunge il 68%, lasciando Gianni Cuperlo al 17,9, poco distante da Pippo Civati al 14. Un successo che dà lo scettro del Pd al rottamatore, pronto ad incidere anche verso il governo. ''Ora tocca alla nostra generazione, io sarò il capitano, questa non è la fine della sinistra'', esulta il neoleader che avverte che con lui finiscono gli ''inciuci'', gli ''alibi'' perché ''scardineremo il sistema''. Già alle 8 del mattino, quando il premier Enrico Letta arriva al seggio per votare, la coda, osserva il presidente del consiglio, ''è un buon segno''. Gente in fila anche al seggio di piazza dei Ciompi a Firenze dove poco dopo arriva Matteo Renzi, che aveva fissato l'asticella sui 2 milioni di votanti. I timori della vigilia sulla partecipazione riguardavano proprio l'entourage del sindaco di Firenze, consapevole che un flop ai gazebo avrebbe comunque, anche in caso di vittoria, consegnato un risultato azzoppato.
fonte ANSA