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giovedì 27 settembre 2012

E’ il profitto delle multinazionali e non la povertà la principale causa della deforestazione


Secondo Salva le Foreste, l'osservatorio indipendente sulle foreste primarie, «il principale motore della deforestazione non è più l'agricoltura di sussistenza. La distruzione delle foreste non è più causata dai contadini poveri che dissodano campi per far sopravvivere la propria famiglia, ma è sempre più provocata dall'espansione dell'agricoltura industriale».
Salva le Foreste si riferisce, come ben illustrato da diversi studi del Center for iInternational forestry research (Cifor) sondo i quali «i massicci programmi di dissodamento di nuove terre per la piccola agricoltura segnano oramai il passo: la globalizzazione spinge milioni di contadini verso le grandi città, mentre le campagne - e le foreste - sono sempre più gestite da grandi gruppi industriali organizzati su vasta scala. I governi, per non perdere preziose opportunità di sviluppo, si affrettano a finanziare grandi progetti infrastrutturali come strade, dighe e centrali elettriche, che aprono nuove aree di foreste incontaminate».


La gran parte delle foreste non viene quindi abbattuta per soddisfare la fame di terra dei poveri ma su pressioni delle grandi multinazionali, che controllano quote sempre più ampie del mercato. Secondo lo studio del Wwf "Transforming Business" «Quasi la metà di tutta la produzione mondiale è gestita da appena un centinaio di imprese».


Sven Wunder, il principale scienziato del Cifor in Brasile diceva già il 2 agosto nell'indagine "Deforestation now driven by profit, not poverty": «E' ormai chiaro che il ruolo del commercio internazionale è un fattore sempre più trainante della deforestazione, più di quanto non lo fosse alcuni decenni fa. Anche perché ultimamente il commercio nazionale e internazionale è diventato un fattore più importante nella vita quotidiana, anche in quella dei piccoli agricoltori poveri che operano sulla frontiera agricola. La deforestazione è sempre più alimentata dal profitto piuttosto che dalla povertà, sempre più dai mercati regionali o internazionali, piuttosto che da esigenze locali».
Lo stesso Wwf nel suo rapporto "Better opportunity for a living planet" riporta le opinioni di chi pensa che questo sviluppo offra maggiori opportunità per combattere la deforestazione:grandi multinazionali come McDonalds, Mattel, Nestlé, Monsanto ecc, sarebbero più esposte e sensibili alle campagne ambientaliste e recentemente hanno dovuto modificare le loro pratiche insostenibili per proteggere la loro immagine. Ma siamo ancora al greenwashing il che lo si può dedurre anche dal fatto che questi stessi grandi gruppi hanno notevolmente incrementato la loro comunicazione ambientale, presentando qualità ambientali dei loro propri prodotti o un'immagine "verde" della multinazionale che non corrispondo alla realtà dei fatti.
Salva e Foreste sottolinea che «Secondo altri lo scenario è molto meno roseo. I grandi gruppi industriali dispongono di grandi risorse tecnologiche, in grado di accelerare il processo di deforestazione. Inoltre possono facilmente influenzare i governi nazionali, talvolta con un bilancio inferiore al loro, corrompendo in funzionari o esercitando pressioni politiche, per ottenere vaste connessioni, per evitare ammende e perfino per legalizzare le pratiche illegali». Inoltre, «Il relativo declino dei mercati occidentali rischia ora di rendere più difficile per i gruppi di pressione, compito di influenzare le grandi multinazionali. I mercati emergenti hanno infatti forme diverse di sensibilità ambientale (per esempio, il mercato si concentra nelle città, dove è più forte la sensibilità verso l'inquinamento urbano che non verso la deforestazione in remote aree rurali). Le multinazionali hanno saputo rapidamente comprendere e sfruttare a loro vantaggio, ed è per questo che per esempio le associazioni ambientaliste faticano ora a influenzare le pratiche del colosso cartario Asia Pulp & Paper (App), per il quale i mercati occidentali sono relativamente marginali, mentre gli acquirenti in Cina, Sud-est asiatico e Medio oriente non sono troppo sensibili alla tematica dalla deforestazione in Indonesia».

L'ultimo esempio di greenwashing viene proprio dall'App che il 5 settembre ha pubblicato il primo rapporto sul proprio programma ambientale (Highlights of First Quarterly Progress Report for its Sustainability Roadmap 2020). Gli ambietalisti dicono che «Dietro la patinata pubblicazione, la deforestazione continua a tutta velocità».
Secondo il rapporto App, nel primo trimestre due sue imprese, la Tebo Multi Agro e la Rimba Mas Hutani, che erano nella provincia indonesiana di Jambi hanno fermato la deforestazione, Daniele Caucci di Terra! Ribatte: «Si tratta di un nuovo rapporto-bufala. Annuncia progressi che non esistono sul campo. Serve solo a evitare che i clienti, preoccupati per la deforestazione in atto, chiudano i contratti con questa impresa, rivelatasi uno die gruppi cartari più controversi del mondo. Il rapporto infatti dimentica di ricordare che la prima impresa (la Tebo Multi Agro) aveva appena finito di abbattere tutti gli alberi previsti dalla concessione, mentre la seconda (la Rimba Mas Hutani) dispone di diversi blocchi forestali: uno non è che la Taman Rajah reserve, un'altra riserva già da tempo annunciata e pubblicizzata dalla App, mentre negli altri la deforestazione è stata già portata a termine. Insomma, le due imprese hanno fermato i bulldozer perché hanno appena terminato il lavoro sporco. "Decisamente, non si tratta proprio di un annuncio di cui andar fieri. Iin cosa consiste la moratoria annunciata con squilli di trombe e rulli di tamburi?. Fino ad oggi, dietro la supposta moratoria non si nasconde altro che business as usual, dove "usual" sta per deforestazione, come analizzatolo scorso luglio dalla coalizione indonesiana Eyes on the Forest».

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