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mercoledì 25 luglio 2012

'B. ha fallito: e noi con lui'

«Silvio è solo una persona che non si arrende al passare del tempo: vuole rimanere a tutti i costi sulla scena e non riesce ad accettare che la parabola sia finita...». Vittorio Dotti, avvocato, è uno che Berlusconi lo conosce bene: per molti anni è stato legale della Fininvest e durante la legislatura d'esordio del Cavaliere (1994-'96) era addirittura capogruppo di Forza Italia alla Camera. Poi fu uno dei primi a rompere, nel '96.

Oggi, lui che fu tra i pionieri, parla con distacco del suo ex leader e del suo tentativo di 'tornare alle origini': «I vent'anni che sono passati hanno cambiato molto le cose. Allora c'era una paura più o meno fondata verso la sinistra, che ha fatto da collante a una specie di chiamata a raccolta dei liberali, oggi non vedo più questo clima. Oggi i moderati semmai stanno nel centrosinistra, non nel centrodestra. Conoscendo Silvio, credo che questa voglia di rimettersi in pista abbia un significato più che altro esistenziale, per lui: è più un'esigenza del signor Berlusconi che un'idea politica, insomma».

Non è l'unico, Dotti, a pensarla così tra quelli che parteciparono all'avventura vincente del '94. Tiziana Parenti, pubblico ministero nel pool di Mani Pulite a caccia di tangenti rosse, anche tra i forzisti della prima ora, pensa ad esempio che tutto sia già finito da molto tempo: «Forza Italia era un'idea che si doveva concretizzare e non si concretizzò. Non è che è fallito il progetto, è che non è mai stato attuato. E oggi Berlusconi ha tirato fuori di nuovo quell'idea perché non sa più cosa dire. Ripropone una cosa che non è mai stata fatta, perché non l'ha mai voluta fare. Ha avuto maggioranze coese e schiaccianti, ma ha anteposto a tutto i suoi problemi e non gli è mai interessato governare. Non ha mai voluto lasciare niente a nessuno. Lui non vende la Coca-Cola, lui vende le bollicine. E mi meraviglio che ci sia ancora qualcuno che non abbia capito».


Giuliano Urbani, il politologo che ha elaborato il programma istituzionale di Forza Italia e la formula del Polo del Buon Governo, due volte ministro dei governi Berlusconi, preferisce invece ricordare i successi degli albori: «Forza Italia è nata con uno scopo preciso: evitare che andassero al potere gli alleati e simpatizzanti del più grande fallimento del Novecento: il Partito Comunista. E quello scopo è stato raggiunto. Certo, poi c'era anche la 'rivoluzione liberale', che invece non ha avuto successo perché Berlusconi ha dovuto pagare il pedaggio di allearsi con qualcuno. Diciamolo: noi abbiamo fatto alleanze con cani e porci, con gli ex seguaci del Movimento Sociale Italiano, con la Lega, con gli ex democristiani. Queste alleanze hanno progressivamente svuotato il progetto liberale. Per fare un esempio, dovevamo fare la riforma delle pensioni, ma con la Lega non ci siamo riusciti». E oggi, quindi? Urbani è cauto: «Oggi non c'è più il pericolo che i comunisti vadano al potere. Semmai il problema è salvare l'Italia dalla catastrofe finanziaria e l'Europa dalla catastrofe continentale». E allora, serve o no che il Cavaliere scenda di nuovo in campo? «La scelta di Berlusconi può essere utile se concorre a formare quella convergenza di grandi forze politiche che serve al Paese. Tutto ciò che aggrega in un momento in cui il Paese si disgrega è utile. Se concorre a questo obiettivo è utile, altrimenti è dannosa». Ma anche se il progetto fosse quello della coesione nazionale, il professore non tornerebbe a far parte dal partito: «Nel 2005 ho capito che non ero fatto per la politica e ne sono uscito. Perché bisogna dare la sensazione di avere solo certezze, mentre io ho soprattutto dubbi».

Anche Raffaele Della Valle, penalista di successo, fu tra i primi ad aderire al progetto berlusconiano: per Forza Italia fu vicepresidente della Camera, sempre nella legislatura d'esordio, al termine della quale preferì tornare a dedicarsi alla professione, senza polemiche. Oggi però guarda ai nuovi progetti berlusconiani con molto scetticismo: «Quando un ristorante teme di perdere la clientela e vuole rilanciarsi prospetta un menù nuovo, non una minestra riscaldata. Riproporre la stessa nomenclatura, con persone che hanno detto e ridetto le stesse cose, è assurdo. E' un problema di ricambio generazionale di una classe politica che ha già dato quello che poteva dare: un limone una volta che è spremuto è destinato a finire. Bisogna cercare forze nuove. I vecchi possono rimanere, se sono saggi, a dare dei consigli e contributi di pensiero. Bisogna avere il coraggio di farsi da parte e in questo hanno ragione i rottamatori». Quindi? «Quindi non credo che l'appeal che aveva Berlusconi nel '94 sia lo stesso. Una signora che sfoggia alla prima della Scala un vestito nuovo che tutti dicono essere meraviglioso, se lo continua a sfoggiare, alla quinta o sesta volta, non ha più un vestito meraviglioso. Perde di originalità. La nostra società politica è fondata sulla gerontocrazia: sarebbe necessaria una legge che dopo dieci anni imponga al politico di andare a casa».



Anche Carlo Scognamiglio Pasini, il primo presidente del Senato berlusconiano, è tornato al suo mestiere: quello di professore universitario d'economia. E anche per per lui il 'gran ritorno' di B. è una prospettiva improbabile: «Forza Italia aveva una caratterizzazione fortemente ispirata a Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Il primo governo Berlusconi rifletteva le origini liberali del movimento e della coalizione, ma la sua durata fu troppo breve perché vi fossero effetti di riforme politiche apprezzabili. Con il ritorno al governo dopo il 2001 l'ispirazione originaria ai valori e ai programmi del liberalismo fu progressivamente emarginata: basta vedere l'andamento della spesa pubblica, cresciuta dal 36 per cento del Pil (1996) al 51 per cento (2011)». E allora? «Oggi più di allora sarebbe rende indispensabile una profonda riforma della pubblica amministrazione e del prelievo fiscale, ma servirebbe anche la composizione di una squadra credibile».

Qualcuno si ricorderà poi di Alessandro Meluzzi, psichiatra e opinionista tv, diventato famoso nel '94 per aver battuto, nel collegio ultra-rosso di Mirafiori, il giovane Sergio Chiamparino. Lui ha una gran nostalgia degli anni '90, che «per noi di Forza Italia sono stati mitici. C'era il grande desiderio della rivoluzione liberale, in grado di colpire alla radice il problema dei problemi dell'economia italiana: l'eccesso di spesa pubblica. In questo momento l'attualità di una rivoluzione liberale è più acuta che mai, ma la chance di un raggruppamento che riproduca lo stesso schema di allora appartiene al dominio dell'inconoscibile». E se nascesse, Meluzzi tornerebbe ai fasti del '94? «No, oggi faccio un altro mestiere, ho una comunità terapeutica, faccio il diacono cattolico e sto completando i miei studi di teologia. La vita è fatta di stagioni e quella stagione di politica sta almeno due vite fa. A Silvio offro le mie preghiere».

Chi invece non offre più nemmeno quelle è Gianni Pilo, l'autore dei discussi sondaggi con cui il Cavaliere si presentava come 'predestinato alla vittoria' fin dal '94. La sua società, la Diakron, non esiste più e da tempo Pilo ha dismesso ogni contatto con Berlusconi. Contattato dall'Espresso per un commento sull'ultima battaglia del cavaliere, chiosa secco con una risposta di dodici parole: «Non ho nulla da dire, la cosa mi disinteressa in maniera totale».

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